Saudade vestita a festa
danza su arcate di mare
Sorride lontano Saudade,
sorride al vento
lo prende per mano,
lo carezza appena
e lo lascia andare.
“Saudade… Saudade…”
mormora l’eco,
“è l’attimo trascorso che vai a danzare“.
Saudade non ode,
volge lo sguardo verso il nulla che tace,
e nemmeno l’eco ha più voglia di parlare.
Saudade canta la melodia del cuore,
il mondo si fa nebbia e siede ad ascoltare.
Chissà che cosa hanno toccato le tue mani, mi dice su Messenger un’amica. E aggiunge un’emoticon, una faccina che si copre il viso con le mani, come se stesse piangendo.
E io non me lo sono mai chiesto, che cosa hanno toccato le mie mani.
Quali sono le impronte digitali della mia vita.
Che racconto hanno diteggiato sui corpi della gente, che racconto hanno scritto sul fiume dei giorni, sull’acqua dei minuti, che canzone hanno suonato nella tastiera delle mie tasche, che cosa hanno speso, che cosa hanno preso, che cosa hanno perso.
Mani che scrivono sui tasti del computer, come faceva mio padre su quelli di una macchina da scrivere che faceva più male e forse sembrava scolpire qualcosa di più forte, perché qui è tutta acqua quella che corre, è tutta acqua
Mani che hanno imparato a scrivere il primo giorno di scuola. A scrivere quella parola incomprensibile, “imbuto”! Quell’alfabeto così diverso da quello a stampatello che già sapevo, e subito c’era da imparare una lingua nuova, diversa, una scrittura che andava su su, poi ritornava giù, e mai staccare la penna dal foglio, e giù con le mani a stringere quella penna, penna di plastica verde, dritta, col pennino in fondo, che costava cinque lire, era poco anche allora, e il calamaio era a destra, in alto nel banco, e sembrava che dovesse stare per sempre lì, i banchi esistevano dall’eternità, e per l’eternità sarebbero esistiti con i calamai in alto a destra. Poi un giorno portarono una scatola di cose nuove, misteriose. Erano le penne biro.
Mani di mio padre che si congiungevano, a tavola, come se dovesse dire una preghiera; ma era solo stanchezza. Forse era soltanto la voglia di tenere fermo quel movimento incomprensibile, quella frenesia che non veniva da lui, e che pure era tutta sua, e nessuno la poteva capire.
Mani che hanno scritto, e scritto, e scritto, per vent’anni sul computer senza stancarsi mai. Mani che hanno scritto su quaderni, per quarant’anni, giorno dopo giorno, e ogni giorno credevano di scoprire una cosa nuova.
(Giovanni Bogani, Per tutto il tempo che ci resta)