Interessante l’inchiesta che “L’espresso” di questa settimana dedica alle donne. Uno sguardo sulla nostra condizione in Italia. Fanalino di coda nell’occupazione. E non solo. Io ne pubblico una parte qui sul blog. Vi consiglio di leggerla, merita…
Tutti le vogliono. Dalla politica ai media. Ma nella realtà quotidiana vengono discriminate e umiliate. Costrette di nuovo in piazza a difesa della 194. Fotografia di un paese immobile. Dove l’emancipazione femminile è ancora prigioniera della famiglia. E di tanti pregiudizi.
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Lavorano. Sì, ma smettono al primo figlio. Guadagnano. Ma meno degli uomini. Fanno carriera. Ma non fino al top, nei posti chiave. Scelgono liberamente se essere madri, se fare famiglia, con chi vivere. Beh, non proprio.
No, l’identikit delle donne italiane che emerge dai dati che presentiamo in queste pagine non è la cavalcata edificante tra successi e realizzazioni celebrata dalla retorica modernista, che comunque è realtà in altri paesi europei . Le italiane non assomigliano certo alle scandinave, ma nemmeno alle francesi o alle irlandesi. Faticano come matte, tanto da laurearsi prima e meglio dei maschi, entrano massicciamente nel mercato del lavoro a tutti i livelli, ma poi rimangono impantanati nel vortice della vita privata, della famiglia, dei figli, dell’amore cercato e poi, spesso, subito. Oppure della solitudine, prezzo della carriera e di un buono stipendio. Sono vulcani fino ai trent’anni, brillanti e impegnate. E poi? In gabbia. Di fatto soggetti sbiaditi, protagoniste di una rivoluzione non compiuta, “crisalidi da cui non è ancora uscita l’angelica farfalla”, come le ha definite la filosofa Roberta de Monticelli.
Che, fuor di metafora, vuol dire: soggetti ancora troppo deboli. Che non hanno mai portato fino in fondo la cosiddetta rivoluzione femminista. E sulle quali è piovuta, come un fulmine, la grottesca crociata antiabortista di Giuliano Ferrara, sospinta da un perdurante umore misogino dispiegato a gonfie vele dal magistero di Benedetto XVI. Fino all’orrendo episodio della polizia che sequestra al policlinico di Napoli un feto abortito, corpo del reato o, come ha intitolato “Il Manifesto”: “Corpo elettorale”.
Affari di famiglia
Così, all’improvviso, come in un déjà-vu, ecco le donne in piazza. Eccole a promuovere appelli come quello che apre il numero speciale di “Micromega” in edicola il 29 febbraio e si può firmare sul sito http://www.firmiamo.com/liberadonna. Ma cosa è mai potuto accadere? Forse nulla. Perché, come afferma la sociologa della famiglia Chiara Saraceno, «nella nostra cultura i conflitti sui valori si addensano sul corpo delle donne. Perché il controllo su quello che loro fanno, in particolare sulla sfera sessuale, fa parte del controllo della collettività a garanzia della propria riproduzione e quindi della conservazione della propria identità».
Semplicemente, allora, l’esplosione misogina di questi giorni rivela un dato di fatto forse taciuto fino a oggi per pudore o conformismo politically correct: le italiane sono incaricate di fare famiglia, di curare gli anziani, di coprire il vuoto del welfare. E, insieme, di amministrare il quotidiano di aziende, università e centri di ricerca, senza mai sfondare ai vertici. Sono ingabbiate nel privato, a parlare d’amore e a occuparsi del nonno con l’Alzheimer. Sono chine sulle scrivanie, a ingrossare le fila del middle management, come mostrano le indagini di Federmanager-Fondirigenti, della ricerca scientifica, della sanità, dell’insegnamento di tutti i gradi. È quella che i sociologi chiamano “femminilizzazione del mondo del lavoro”. Sempre fuori dalle stanze dei bottoni, di qualunque tipo.
E l’attacco anti-abortista, nel portare le lancette indietro di 30 anni, altro non fa che sancire, con toni crudeli, una realtà che è nei numeri: il potere delle donne nel nostro Paese è cambiato poco o nulla. Perché il dovere di fare figli non si è trasformato, come altrove, in un diritto. È rimasto dovere, compimento ineluttabile di un destino biologico, ingabbiato dai diritti di ogni possibile incontro di cellule concepito, come vorrebbero i nuovi devoti. Ma non solo: l’incapacità di governare col welfare l’invecchiamento della popolazione ha gettato il peso degli anziani sulle spalle e sul destino di chi da sempre si occupa della famiglia. Sotto lo sguardo minaccioso della Chiesa cattolica, vestale di questo ordinamento. Fino a quella che Roberta de Monticelli interpreta come una «recrudescenza di temi ridicolmente regressivi nella sua politica sessuale.
(Daniela Minerva)
